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Acerbe Pasionarie e piccoli Che

Sono appena tornata dall’accompagnare i due a scuola.

Al ritorno sono incappata in una mini manifestazione con tanto di mini striscioni e mini partecipanti: una manifestazione contro i tagli alla scuola pubblica di un paio di classi delle medie.

Il mini corteo arrabbiato era molto eterogeneo: ragazzi e ragazze in pari numero, così come eterogenei erano i colori e le tendenze; c’erano ragazzini vestiti in modo “alternativo” ma anche i cosiddetti “minchios” (termine coniato dal sempresobrio Pata), quelli con i pantaloni a mezzo culo e le sopracciglia depilate, per intenderci.

La presenza dei vigili era segno che  la manifestazione era autorizzata quindi i ragazzi o le loro insegnanti, probabilmente, si erano presi la briga di chiedere il permesso (update: mi dicono dal Comitato Genitori di Settimo Milanese che la manifestazione non era autorizzata e i vigili si sono presi la briga di accompagnare i ragazzi affinché non ci fossero incidenti. Quando si dice le forze dell’ordine che funzionano).

Non mi sono fermata a chiacchierare con loro o a fare domande, mi sembravano molto impegnati nella loro attività e non avrei voluto disturbarli. Ho drizzato però le orecchie, seguendoli in corteo, di lato, sul marciapiede, per udire i loro discorsi. Parlavano proprio dei tagli alla scuola! Tra di loro! Ho colto due o tre frasi che mi hanno sorpresa oltremodo:

“Mio fratello mi ha detto: ‘ma che c!££o volete fare manifestazione voi delle medie, siete piccoli’ e io non gli o risposto nulla ma dico, c!££o, la scuola però è anche nostra, mica solo loro che sono al liceo”.

Un’altra, di un ragazzino con aria estremamente adulta nonostante il metro e 45:

“Abbiamo fatto quello che doveva essere fatto, oggi abbiamo fatto il nostro dovere”.

E poi c’è qualcuno dei miei coetanei che osa ancora dire che noi eravamo meglio di loro.

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Centro estivo, arrivi e partenze

Nell’attesa che inizi la beneamata scuola, i nani vanno al centro estivo organizzato dal comune, nella scuola statale di una frazione di Settimo che ha un nome buffo, buffissimo: Seguro.

Da casa nostra, in 10 minuti di bicicletta con il cambio sulla posizione “4” e le gambe che si danno da fare in maniera entusiasta, ci si arriva con nonchalance.

L’altra mattina si aggrega alla biciclettata un tizio a cui ero molto affezionata ma che è da un po’ che non vedo. Forse ci ho anche avuto una storia ma è stato davvero troppo tempo fa per ricordarmi. Ultimamente ci siamo visti ma non siamo mai riusciti a parlare con calma perché ogni volta che abbiamo cercato un minimo di intimità, i nani si occupavano di distrarci l’uno dall’altra.

Questo tizio si chiama Pata e sostiene con convinzione di essere mio marito.

Mah! Contento lui…

Ad ogni modo, il Pata, dopo colazione, si fa coinvolgere nella biciclettata e quando scendo con i nani, lui si è già occupato di preparare la mia bici, dotata di seggiolinanza, e la bici di sua sorella, un mostro di mountain bike, presentandomi una soluzione brillante:

“Io porto i bambini con la tua così tu non ti stanchi e tu prendi la bici di mia sorella!”

Tzé, come se non fossi capace di portarmi 30 Kg di carne che cresce appresso… sono effettivamente commossa dal pensiero gentile e glielo comunico ma il mostro della sorella, è una bici che se ci salisse su una vergine, ne scenderebbe deflorata. Il sellino è a detta di tutti un simbolo fallico e io con quelle schifezze da film porno, non voglio avere nulla a che fare, soprattutto se l’averci a che fare prevede 15 minuti di strada che si snocciola tra buche, pavé e marciapiedi.

Detto fatto, il Pata riporta dentro la bici della sorella per prendere la sua (che io non posso guidare perché troppo alta) mentre io esco e carico i bambini sulla mia e lo aspetto.

Lo aspetto.

Lo aspetto.

Guardo l’ora. Siamo al pelo.

Lo aspetto ancora.

“Ma infomma, quefto papà quanto è lento!” (è Psycho che parla: da quando ascolta Fabri Fibra la sua effe è peggiorata).

Comincerei a pensare a un malore se non conoscessi il personaggio.

Lo aspetto.

Lo aspetto.

Decido di andare senza di lui.

Parto, pedalo, pedalo, guardo dietro (niente) pedalo, pedalo, canticchiamo, incontriamo la maestra di Ova, ci fermiamo “Ciao-ciao-come-va-com’è-cresciuta-Ova ecc ecc”, riparto, pedalo, guardo dietro (niente), pedalo, pedalo, pedalo, finisce il paese, guardo dietro (niente), attraverso il cardo, costeggio il decumano e imbocco la pista ciclabile che collega i due paesi, pedalo, cantiamo, guardo dietro (nulla… ), mi ritrovo sul vialone lungo tra Settimo e Seguro: avanti non c’è, dietro neanche. Mah!

Arriviamo a scuola e il Pata, come per magia, è lì che ci aspetta.

Corriamo a lasciare i nani e quando, finalmente siamo soli, ci guardiamo sperduti.

Lui: “Ma da dove c&##0 siete passati???”

Io: “Dalla strada!”

Lui: “Quale? Ce ne sono varie!”

Io: “Come ce ne sono varie? Ce n’è una, quella ciclabile! E’ lunga ma con i bambini faccio quella che è sicura!”

Lui: “Aaaaaaha, no, io sono passato dai marciapiedi per tagliare!”

“Falciando pedoni” (penso io)

Lui: “Ma come abbiamo fatto a non vederci! La parte iniziale della strada è la stessa, la parte finale pure!”

Io: “Ecchenneso! Io continuavo a guardare indietro ma non ti ho mai scorto, amore della mia vita!”

Lui (che probabilmente non coglie l’ironia dell’appellativo con cui l’ho chiamato, sorride scuotendo il capo e mi dice, ridacchiando): “Eheheheh Codi, quello che è successo stamane è proprio l’emblema della nostra storia! Con tempi e percorsi diversi, ma il nostro punto di partenza e il nostro punto d’arrivo sono gli stessi… “

Lo guardo: ha su una maglietta made in Rebibbia che gli regalai io almeno 7 anni fa con su scritto “Visto da vicino nessuno è normale”. Ho proprio fatto bene a regalargliela.

Chapeau a te, caro tizio che sostieni di essere mio marito!

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Il falò di Sant’Antonio

La zona in cui vivo è ricca di contraddizioni.

E’ alle porte della città ma a meno di un km da casa mia ci sono 3 cascine. E’ quel tipo di area suburbana milanese immersa nel Parco Sud che, adattandosi furbamente al costume cittadino, non ha però mai rinunciato alle tradizioni contadine. Anzi, queste vengono volontariamente perpetrate, lasciando intatte alcune abitudini e permettendo a chi ci vive, di godere della possibilità di acquistare il latte fresco munto dalle mucche di cui senti l’odore quando esci la mattina, i formaggi, le uova fresche delle galline che attraversano la strada quando vai a farti un giro “di là, dai campi”.

Oggi, chi ha la fortuna di vivere in una zona come la mia, dalle 21 in poi, se apre la finestra, sente un piacevole odore di legna bruciata. E’ perché nei campi, nei prati aperti, si fa il falò di Sant’Antonio. Meno conosciuto del suo collega da Padova, Sant’Antonio Abate era un eremita, vissuto intorno al 250 d.C. in medio oriente. Morì ultracentenario e fu consigliere di importanti personaggi storici, come Costantino.

Sant’Antonio Abate è protettore dei maiali e viene ricordato in tutte le comunità contadine il 17 gennaio con l’accensione di un enorme falò!

“Per millenni e ancora oggi, si usa nei paesi accendere il giorno 17 gennaio, i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di s. Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera. Le ceneri poi raccolte nei bracieri casalinghi di una volta, servivano a riscaldare la casa e con apposita campana fatta con listelli di legni per asciugare i panni umidi”. (www.santiebeati.it).

In genere, il 17 gennaio, il Pata viene preso dal sacro fuoco del falò di Sant’Antonio. Uno dei suoi più grandi rimpianti dell’esser diventato padre, è che dal 17 gennaio del 2006 (9 giorni dopo la nascita di Psycho), non riesce più a partecipare al falò. Il primo anno (2006) il bambino era troppo piccolo. Il secondo anno (2007) era ammalato. Il terzo anno (2008) io ero di 9 mesi e non ne volevo sapere di danzare intorno al fuoco ubriaca di vin brulé (come in genere facevo quando eravamo ragazzi, al falò organizzato al Bosco In Città). Il quarto anno (2009) Ova era ammalata. Psycho pure. Il quinto (2010) eravamo andati al mare per la bronchite asmatica dei nani.

Stasera, il Pata è tornato a casa sul piede di guerra. Stachissimo, con l’occhio a mezz’asta, mangia stranamente la carbonara che avevo preparato così com’è, senza buttarci sopra il sugo freddo e poi esordisce:

“Andiamo al falò di Sant’Antonio. Fuori c’è -3° e la nebbia ma se ci si copre bene si riesce a non morire. Andiamo a quello del prato davanti alla Coop. I bambini sono stanchi ma sani, andiamo, dai! E domani andiamo a quello al Bosco”.

Così, lapidario. Con un tono che per sua natura non accetta contraddizioni.

Mi giro. Psycho agonizza sul pavimento, supino, con degli oggetti non meglio identificati in mano. Sembra una blatta morente. Ova canta “Il cuoco pasticcione” con l’occhio chiuso, sbidoneggiando in giro per casa, nel tentativo di farsi molto male.

Io, che sono reduce dal primo giorno di inserimento di Ova alla materna (ebbene sì), seguito dalla corsa in ambulatorio in quartiere, seguito (saltando il pranzo) dalla corsa al S.Paolo, seguito dall’andare a riprendere Ova dai nonni, seguito dal tornare a casa e dal recuperare Psycho dagli altri nonni, seguito dal lavare i piatti che stamattina non ero riuscita a lavare, seguito dal preparare la cena, seguito dal rispondere alle mail ecc ecc, l’ho guardato con aria per la prima volta in vita mia, decisa: “Ci vai tu. Con Psycho. La femmina me la lasci, così se ne ammala solo uno”.

E così ha fatto. Lui e l’altro, i due maschi, sono andati.

Ecco il racconto del ritorno: “Io e Psycho ci siamo divertiti un mondo. Psycho ha, nell’ordine: visto il fumo dell’enorme catasta appena accesa e ha detto che c’era un “mostrho di fumo” che ci avrebbe ucciso. Poi il fuoco è divampato e ci siamo dovuti allontanare più di 30 metri perché era enorme e ci bruciava la faccia e Psycho ha notato che se ci fossimo avvicinati il “voijittice di fuoco” ci avrebbe risucchiato. Poi ha visto una bambina con un panino con la salamella e lo voleva anche lui. Poi è voluto salire sull’Apecar con un amichetto e io mi sono fatto un bicchiere di vin brulé”.

Gioie della campagna intorno a Milano.

Da voi si festeggia S.Antonio Abate?

Domani, la giovine coppia Codi/Pata andrà anche a quello del Bosco in Città, alla Cascina San Romano, lasciando i nani (di cui uno avrà la febbre a 40) ai nonni. E si balla ubriachi di vin brulé intorno al fuoco. Chi viene con noi?

Se siete troppo distanti dalla via Novara, trovate qui una lista dei falò nel milanese.

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Via del Pesce, Circolo del Gambero

Quando il mercoledì vado al mercato a comprare il pesce dai Sanza, mi sembra di entrare in un mondo a parte.

Intorno alla bancarella si dispone un ammasso disordinato di donne (di cui io sono fiera esponente) tendenzialmente incattivite dall’attesa del proprio turno (e sarebbero incattivite anche se l’attesa fosse di un solo minuto).
Tale ciarlante gineceo è, nel mio immaginario, fornito di ogni tipo d’arma; la favorita è il coltello a serramanico con cui ogni donna dell’estrogenica chiazza sarebbe pronta ad aggredire la vicina se si permettesse di superarla nella fila o anche se osasse fare molto meno (anche solo rivolgerle la parola mentre ci si arrovella se comprare branzino o triglia)

Lo spazio antistante la bancarella dei Sanza, opera una rigida divisione sociale in base ai gusti artistici di taglio del pesce.

Sulla sinistra si dispongono le fan di Sanza Padre. Sono tutte belle signore di una certa età, in genere amiche di Sanza Padre e famiglia da anni, si salutano come fossero parenti, dall’affetto che ci mettono. Sanza Padre è anche molto quotato dagli uomini, tutti rigorosamente oltre i 70 anni, quelli già in pensione che dicono in casa: “Al pesc’ c’ pienz’ ie che tu nun si’ capace, FEMMENA! (NdA: edit by realscafandro)“.

Al centro ci sono le fan di Matteo, figlio maggiore dei due che lavorano in bancarella. Le donne che qui si raggranellano sono sicuramente le più moderate, che anche se fossero servite da Sanza Padre, farebbe nulla (a meno che una cliente di Sanza Padre non le accoltellasse per aver osato invadere i confini) insomma, preferiscono Matteo ma va bene tutto. Le donne del centro, inoltre, sono anche quelle un po’ più chic: Matteo è l’unico che affetta il pesce. Quindi al centro si dispongono quelle del carpaccio, del filetto, del sushi ecc ecc.

A destra, dove sto io, invece, ci sono le fan di Pietro, figlio minore.
Ora, dirvi perché sono fan di Pietro, questo ancora non l’ho capito.
Pietro è milanista, io sono interista.
Anzi, andiamo all’origine: a me non frega nulla del calcio e lui invece è impestato quindi il mercoledì mi devo sucare tutti i discorsi di calcio di cui, anche se per patina tengo l’inter, non me ne frega nulla.
Sicuramente gioca il fatto che Pietro è un mio vicino di di casa quindi mi viene più naturale rivolgermi a lui. Anche se devo fare il sushi, io chiedo a Pietro e lui mi rimanda al fratello. Poi Pietro mi chiede sempre dei nanetti, io chiedo dei suoi (ne ha 3, di cui la mia preferita è Paola, quella grande).
Ma fondamentalmente, Pietro è un tenerone e mi mette molta tranquillità, per questo sono sua fan. Si ricorda di mettermi via le uova di sogliola (per il gatto… anzi, per la gatta… insomma, per me che amo le schifezze del mare) e poi è un genio della conduzione di gruppo perché riesce a gestire il gineceo incattivito con una flemma che è un vero e proprio muro di gomma: puoi anche aspirare a sfondarlo andandoci contro a 100 all’ora ma più veloce vai e con più energia lui ti risputa indietro!
Insomma, Pietro è il mio idolo e io vorrei essere come lui.

Ieri, è esplosa una discussione sui numerini: una cliente suggeriva di mettere i numerini perché “Insomma qui non ci si capisce nulla, passano avanti a quelli che sono già arrivati da ore con i numerini tutto sarebbe più regolamentato” e via di seguito con ‘ste baggianate.

Ora capite che, con la divisione sociale del popolo tra Sanza Padre, Matteo e Pietro, il numerino perde l’efficacia…

E poi (come ha detto l’unico uomo sotto i 50 in fila ieri): “Si tratta di pesce, non di noccioline, e il pesce non puoi mica prenderlo da chiunque….”

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Presentazioni, habitat e quello che mi viene per iniziare

In questo blog leggerete di molti personaggi. Vi presenterò in questo post il kit-base, cioè, quelli che vivono sotto il mio stesso tetto, abitualmente indicati come “coinquilini“.

1) LaLaiza, detta Codi (Codina: mi acconcio in maniere infantili) cioè io: sono una donna di una certa età in continua evoluzione.

Fino a due anni fa, prima che nascesse la mia seconda figlia, ho lavorato da ufficio stampa discografico, e attualmente da un lato continuo a lavorare nel campo musicale, dall’altro sono scribacchina per varie pubblicazioni e studentessa di psicodramma, un metodo psicoterapeutico, un metodo attivo che utilizza tecniche teatrali. E del teatro amo tutto, tranne andarci. Perché quello che succede dietro le quinte è ben più esaltante di quello che vede il pubblico (da qui la mia grande passione per i giochi di ruolo e il teatro interattivo)

In cosa sono laureata? Psicologia. Molti si chiederanno cosa ci faccia una psicologa alle prese con cantanti, dischi e articoli. E questi molti avrebbero pienamente ragione perché per fare quel che faccio, la laurea in psicologia è tendenzialmente inutile. Sarebbe d’uopo piuttosto essere laureati in pedagogia, visto che l’età mentale delle persone con cui mi ritrovo ad avere a che fare quotidianamente.

Sono mamma di due gnomi, entrambi coinquilini.

2) Psycho, il figlio grande, o il grande figlio, 4 anni e mezzo. Psycho è un elemento esagitato e tendenzialmente psichedelico, irrequieto, intelligente ma umorale, dal fisico atletico ed instancabile, dalla fervida fantasia e dall’innata tendenza a combattere con tutte le sue forze il sonno. Psycho si spegne quando ha fame (fino ad addormentarsi) e gli viene fame quando invece ha sonno. Diciamo che alla nascita non è stato dotato della basilare quanto comune capacità di cogliere i segnali che il suo corpo gli invia. Per il resto è un bambino adorabile e molto divertente.

3) Ova Soda, la figlia piccola, 2 anni e mezzo, chiamata anche Memole da Vale, la mia amica chiavarese o Piedi di porco, dato lo spessore dello strato lipidico dei suoi alluci. Ova è una bambina bellissima, inspiegabilmente bionda con gli occhi azzurri, una principessina delle fiabe. Da sempre basta a se stessa, da sempre dorme soda come un uovo quando ha sonno, mangia come un maiale quando ha fame, frigna solo se viene disturbata o a seguito delle sue numerose e rovinose cadute. La sua bandiera politica è l’anarchia: dà ragione a tutti tanto lei disobbedisce comunque e, ordinatamente, fa solo quello che le pare. Da poco ha scoperto che Psycho non è un androide ma se prova a pestarlo lui accusa e da allora… mazzate!

4) Il Patato (o terzo figlio) è l’uomo che ho sposato. Ingegnere nucleare posapiano dalle manie ecologiche, finché non ha trovato il lavoro che diceva lui, non ha combinato nulla se non trasferirsi a casa mia e mettere radici, così profonde e diffuse che se avessi dovuto sradicarlo (e ci ho provato, credeteci!) la casa sarebbe rimasta divelta.

Oggi però è un asso e io vivo a casa sua, anche se di mio le radici non so metterle.

E nessuno più di lui si intende di pannelli solari, fotovoltaico, termocamini, caldaie a legna e pallets, riscaldamento a pavimento. E quanto li ama! Ne parla con così tanto amore e a lungo che ormai me ne intendo anche io. Scrivetemi se volete una consulenza per il vostro campo fotovoltaico.

5) Settimo Milanese è l’habitat della famiglia. Anche se nella nostra fantasia vediamo un futuro al mare, al lago, sui monti, nei paesi nordici e ci diciamo sempre, l’anno prossimo ce ne andiamo, com’è come non è, siamo sempre lì. Ma il mio sogno, il mio habitat naturale, è e rimarrà a vita Cesano Boscone, meglio conosciuta come Cesano Beach, tra Corsico e TrezzAngeles (Trezzano Sul Naviglio) dove sono nata, a 10 minuti da Settimo. E lì, sì che è un’altra storia…

Ecco, presentazioni fatte e da oggi si inizia.