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Il dottor Q (commercialisti che odiano le mamme)

Io vivo una condizione di autopercepita inferiorità morale e sociale molto grave rispetto al mio commericalista.

Lui mi tratta come una mentecatta sfigata.

Io mi sento un’ignorante irriducibile di fronte alla sua infinita sapienza in questione di fisco.

La primissima asimmetria Codi- commercialista che mi porta ad essere in una condizione perenne di inferiorità rispetto a lui, è che ogni volta che mi trovo a scendere le scale ed andare nel suo studio (l’ho scelto proprio perché sotto casa mia), io sono in condizioni fisiche pessime, basta dire che ci vado quando non devo necessariamente uscire per lavoro: mai truccata, mai il tacco, mai vestita decentemente, ore di sonno mancanti… ci manca che scenda in ciabatte e il quadretto sarebbe completo.

Del resto, vado da lui quando accumulo così tanti dubbi e domande sulle mie condizioni economiche che non posso fare a meno di andarci d’impulso e di solito, questo impulso sopraggiunge nei momenti più caotici della mia vita…

Per spiegarmi meglio: chi mi conosce sa benissimo che non sono né sciatta né sfigata (se non in alcune situazioni particolarmente nerd in cui vado a infilarmi). Madre di due figli, sì, una mamma che ha deciso di rinunciare al lavoro fisso per stare con i suoi bambini ma ho mille progetti, mille direzioni di crescita, tanto voglia di fare. Questo, però, quando vado dal mio commercialista, lui non lo coglie. E io mi trovo sempre in condizioni da non farlo smentire. Per cui, mi tratta come una povera mentecatta ignorante sfigata e mantenuta.

Lui, di suo, se due anni fa era un tondo insignificante simil cinquantenne dallo sguardo spento, ad oggi è un figo della miseria: brizzolato di quel brizzolato che un tempo era biondo, occhio azzurro, portamento fiero, gentile ma sagace e dalla battuta pronta. Gusto nel vestire 10 e lode (elegante ma non ingessato), capello un po’ da scaraventato, almeno 15  kg in meno rispetto a 2 anni fa, quando lo conobbi.

La seconda asimmetria è che ogni volta che parliamo, io non capisco una cippa di quello che mi dice. E glielo devo fare ripetere mille volte e lui lo fa, con pazienza e con l’atteggiamento di chi ha davanti a sé una rimbambita.

La terza è che, nonostrante mi impegni e prenda appunti, con le fatture e con i pagamenti, faccio sempre qualcosa di sbagliato. E lui, bonariamente, mi sgrida e si vede che non si arrabbia perché mi considera una povera scema che non ha neanche idea di cosa sia il mondo reale.

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Città Eterna

Andare a Roma per lavoro è un privilegio. Parlare, poi, di teatro, di arte, di libertà di stampa e di musica con quelli che io considero i massimi sistemi della comunicazione italiana (Radio Rai, Repubblica…) è ancora più intrigante.

Le persone che si incontrano lì sono sempre un po’ speciali: le chiacchiere hanno mordente, le battute fanno sempre ridere un po’ di più che in altri posti.

Al ritorno, in treno, io e la mia socia, la Cacina (potete leggere di lei qui e anche qui), abbiamo fatto le adolescenti, spartendoci le auricolari e ascoltando musica. Musica casuale.

Vi metto a parte della musica che il lettore ha scelto per noi, perché, ogni tanto, ci sta che non si parla e che la musica arrivi dove non si può arrivare con le parole.

Ci sta che si accetti quello che si sente,  permettere agli altri di dirti l’esatto stato delle cose, lasciandosi però un orecchio libero, per udire lo sferragliare del treno… perché anche quella è musica!

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