0

Essere o non essere, questo è il frumento!

Lo conoscete vero? Intendo lo conoscete quel gioco della carta che illustra un oggetto che va messa in fronte e tu devi chiedere agli altri le caratteristiche che hai e attraverso le loro risposte, arrivi a dire quello che sei? Lo conoscete?

I seguenti stralci di dialogo, sono tratti dai miei appunti dell’altra sera.

Ova (forchetta): “Servivo a qualcosa?”

Psycho: “Sì, servivi ad apparecchiare”

Ova: “Quando?”

-_-    -_-    -_-    -_-    -_-    -_-    -_-    -_-    -_-    -_-

Ova (latte): “Servivo a bevèrlo la mattina?”

Psycho: “Chi?”

Ova: “Io! Servivo a bevèrlo?”

Psycho: “Cosa bevi?”

O_O    O_O    O_O    O_O    O_O    O_O    O_O    O_O    O_O

Ova (pollo arrosto): “Sono un animale?” 

Psycho: “Così così”

^_^    ^_^    ^_^    ^_^    ^_^    ^_^    ^_^    ^_^    ^_^    ^_^

Ova: “Sono un oggetto?”

Psycho: “Sì”

Ova: “Servivo a rompere qualcosa?”

Psycho: “Servi a fare i buchi”

Ova: “Sono un martello piumatico?”

-_-    -_-    -_-    -_-    -_-    -_-    -_-    -_-    -_-    -_-

Ova: “Sono un oggetto?”

Psycho: “Sì”

Ova: “Sono un frumento?”

Psycho: “Non gioco più”

1

Migranti Notturni

Gheddafi chiede 5 miliardi di euro l’anno per essere più efficiente sul controllo delle immigrazioni clandestine

Io mi limito a ricostruire che cosa capita nelle notti più trafficate nelle tratte lettone – lettino – culla – divano – vasca da bagno.

In genere faccio addormentare Psycho e Ova (di solito più esagitati che mai dalle 21 in poi) che solo la lettura di 3 libri di filastrocche di nanna è riuscita a placare mentre il papà lava i piatti.

Dopo diversi colpi di sonno tra la storia di un draghetto, una di un piccolo di balena e una di Winnie The Pooh (che siano tutti maledetti, sono soporiferi solo per me), mi trasferisco nel lettone.

Interminabili rumori nel bagno: Patato sta facendo la sua estenuante toleletta notturna dopo la quale si infilerà nel letto.

A notte fonda apro gli occhi. Nel lettone non c’è traccia del papà che invece si trova a dormire nel letto singolo di Psycho.

I due gnomi malefici sono entrambi nel lettone, invece. Ova Soda è, chiaramente, di traverso e punta i suoi piedi di porco sulla mia faccia.
Psycho non lo vedo neanche: è troppo appiccicato al mio fianco sinistro che, per la mancanza di ossigenazione epidermica, suda copiosamente.

Sposto i piedi di porco, raddrizzo la nana soda e mi riaddormento saporitamente.

Dopo un po’ sento un piede enorme toccare il mio. Riapro gli occhi. Il papà è tornato nel lettone e Ova Soda non c’è più. Il papà l’avrà messa nella sua culla.
Finalmente si respira! E si riuscirà a dormire!

Mi riaddormento ma manca poco e mi sveglio di nuovo, storta, con un mal di collo tremendo: il motivo è che è tornata Ova, da sola. Deve aver scavalcato la sponda del suo lettino da ova e deve essere salita da sola sul lettone piazzando un ginocchio morbido e puntuto al contempo tra il mio sterno e la giugulare.

Da qui la mia decisione di trasferirmi nel letto singolo di Psycho, ancora caldo di Patato.

Mi riaddormento.
Mi sveglio dopo un bel po’, sudata e confusa, tra il sogno e la realtà.
Appiccicato a me c’è ancora Psycho che dal lettone ha pensato di raggiungermi nell’angusto letto singolo che, di norma, dovrebbe essere il suo giaciglio.

Eccheccaz… sembra che sia legato a me da un filo, non mi posso muovere che lui, zac, arriva ad appiccicarsi. Che balle!

Mi giro, mi rigiro… niente! Non riesco a dormire e quando non dormo inizio a starnutire.
Fruscìo dalla stanza matrimoniale: Ova, svegliata dai rumori, si agita.
Una vocina delicata quanto quella di una cornacchia si fa sentire nel silenzio notturno: “Mamma? Mamma?”

Scende dal lettone, la sento, sento i piedi di porco pesanti sul pavimento, passo dopo passo, appare sull’uscio della cameretta e si tuffa nella mischia, da noi.
Trovo un modo di adagiarmi tra i due che si addormentano seduta stante. Ova contro il muro, avvolta dal lenzuolo, io in mezzo e Psycho di lato in bilico sul baratro (è pur sempre un letto singolo).

Quando i respirini si fanno belli pesanti, felice del risultato, mi sfilo dal letto e torno nel lettone, accanto a quello sconosciuto che un tempo era il mio unico compagno delle ore notturne. Lo guardo dormire: carino però! Gli chiederò il numero di telefono…

Fuori è ancora buio, si può dormire ancora un po’.
Sogno di essere al mare spiaggia, sole, caldo, acqua! Ma quanto caldo, quanto! Fa così caldo che ho il fianco sinistro tutto sudato! Quanto caldo! Il mio fianco sinistro è sudatissimo anzi, sono dentro il mare sto nuotando, che bello! Che sole! Nuoto, nuoto nuoto…. nuoto…. oto… to… to… co… co… Psycho??? Ancora qui sei???

Basta, sono le 7 del mattino, 6 ore le ho… ehm… dormite. Mi alzo.
Tempo due secondi e quattro piedi piccolissimi cominciano a pestare sul pavimento.

Mi giro, sono già in cucina.
Un paio sono piedi di porco. Gli altri due sono piedi di bambino di 4 anni suonati, sembrano piedi di un animale tipo un tigrotto.

Via, mettiamo su il latte, è ora di partire con la giornata

3

Respirini

Se c’è una cosa che mi fa impazzire d’amore, quella è i respirini.

Quando, ultimamente molto spesso, ci ritroviamo a dormire in quattro nella stessa stanza, ad un certo punto, come per magia, nel silenzio della notte, ti accorgi che c’è qualcosa, un suono, all’inizio quasi indistinguibile che poi, man mano che ci presti attenzione, diventa evidente, primario e protagonista: ecco i respirini!

Uno è un po’ più deciso ed imponente ma pur sempre respirino, piccolo… e l’altro è davvero minuscolo, un respirino miniaturizzato.

E’ aria che entra ed esce a livello ritmico da polmoncini, passando da naricine, tracheine, perfetti nella loro funzione.
Sono concreti, sembrano oggetti, potresti tagliarli a fette, i respirini.

Segnano una presenza ormai imprescindibile, qualcosa di unico e immenso, nella sua piccolezza. Sono espressione di convivenza e accettazione, di sacrificio e di gioia, sono il riposo che racconta di giochi diurni, di primo sole, camminate, altalene e scivoli, risate.

Sono la marcatura di una vicinanza fisica e di un piacere stravolgente che mai potrebbe essere rappresentato in altro modo.

Non sono la metafora della vita, sono il suo stesso veicolo, il soffio vitale in una manciata di secondi che si ripete, il segno cieco che mi dice che anche se non li vedo, loro ci sono.

E che io sono lì con loro.