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Ghost Whisperer ovvero il bambino che sussurrava ai fantasmi

Il maschio è da un po’ che sostiene che casa nostra ha altri abitanti oltre noi. In particolare mi indica la porta del bagno dove è solito passare “il signore con la giacca” e poi riferisce che c’è anche “la signora con i capelli spettinati, che però non c’è sempre; tipo, adesso non c’è”.

Ora, a parte il fatto che me la sono fatta sotto e che i numerosi peli delle braccia si sono messi sull’attenti, ho cominciato a raccontarlo in giro per sdrammatizzare e ogni tanto mi viene da pensare che se davvero viviamo in una comune con dei perfetti sconosciuti che non sporcano il bagno né consumano elettricità, la vita da separata non è poi così solitaria né economicamente impegnativa.

La persona a me vicina ma geograficamente lontana, quella stessa che mi aveva segnalato la questione del gioco del rispetto, quando gli ho raccontato di questa cosa, mi ha segnalato una pagina in cui si riportano le 10 cose più inquietanti che abbiano mai detto i bambini assurgendo a mio sitografo preferito… devo dire che leggendola, mi ha un minimo rasserenato e il “Ti ricordi quando siamo morte, mamma?” una volta l’aveva detto anche Ova Soda, prima di addormentarsi, facendomi ammazzare dal ridere.

Psycho però, che non si arrende, sostiene che si accorge della presenza di queste persone grazie anche alle sue “papille odorose… papille olfattose… insomma, quelle cellule che ti fanno sentire gli odori” ma quando gli chiedo che odore senta (me idiota! Che cavolo chiedo? Come se questa cosa possa in qualche modo tranquillizzarmi), lui non risponde e cambia argomento.

Il mantra del caso è:

“Sono una psicologa. Ragioniamo sull’evidenza scientifica per la miseria!”

“Ha delle proiezioni mentali che è convinto di vedere”

“Concretizza le paure. Il bambino concretizza le paure”

Peccato che lui non sembri minimamente impaurito.

Attendo rassicurazioni dai lettori.

Ah, dimenticavo, non credo ai fantasmi!

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Il ritorno e il trasloco nella cascina fantasma

Sto sgocciolando i secondi per scrivere questo post. Ci siamo lasciati con Dr House, riprendiamo con un miglioramento paterno, la sua dimissione, una diagnosi che… bah… che sarà (dicono una nefrite cronica…) e i lavori per il trasloco di casa che iniziano.

Ebbene sì, ci si trasferisce e ci si allontana di ben 3 Km da Milano!

Da Settimo andiamo nella ridente cittadina di Cornaredo.

Abbiamo trovato tempo fa una cascina in ristrutturazione davvero bella e abbiamo deciso di prenderne un pezzettino.

Forse l’ho già detto ma me lo continuo a raccontare: le coppie in genere si incontrano, si innamorano, progettano il matrimonio, comprano casa, si sposano programmando il matrimonio un anno prima/due anni prima, fanno figli…

Noi che siamo furbi come bradipi durante il pisolino pomeridiano, invece, prima abbiamo deciso di fare un figlio, poi siamo andati a vivere insieme, ci siamo sposati senza organizzare una cippa, prima in chiesa in segreto e poi facendo una grigliata al Bosco in Città e facendoci sposare dai due clown/animatrici del Bosco mie ex colleghe con una grande festa (invitando la gente via mail)… e ora facciamo finta di aver messo la testa a posto andando a vivere in una casa di nostra proprietà dopo 4 anni e mezzo della nascita della nostra seconda Ova.

Quando penso di eliminare Pata dalla mia vita matrimoniale tornando a essere una felice single, penso che tutto ‘sto disordine nell’ordine di gestione della nostra coppia ne sia la colpa…

Ma torniamo a noi. La casa è stupenda. Non grandissima ma con un grande giardino tutto nostro dove, da resilienti, pianteremo ortaggi e non fiori. Qui sotto una diapositiva della bonifica:

Ha i soffitti alti quindi sia noi che i bambini avremo delle “case sugli alberi” per dormire. Praticamente ci stiamo facendo soppalcare le stanze da due artigiani molto bravi a cui faccio spudorata pubblicità: www.spazio2.net.

Pensate, nel contesto ci sono 4 ali della cascina enormi (di cui una in ristrutturazione), affacciate su un’aia gigantesca che sarebbe la gioia di ogni bambino esistente in questo mondo, per un totale di circa 30 famiglie e più che già vivono lì.

La cosa inquietante, però, è che ogni volta che io e quel pezzo d’uomo rosso che sostiene di essere mio marito andiamo a lavorare all’appartamento, c’è un silenzio assoluto e non vediamo nessuno.

Nessuno che entra ed esce, nessun bambino che gioca nell’aia. Sembra di essere in un varco dimensionale separato.

Qualche uccellino…

Il vento…

Il fruscio degli alberi…

E basta.

Il Pata sostiene che l’ultima volta che è stato lì ha sentito il rumore di alcune posate (erano le 13.15). Ma nessuna voce.

Le ipotesi possono essere varie.

E’ una cascina di zombies e  di notte tutti si animano e cercano di uccidere le nuove famiglie che vanno a vivere lì, ci riescono quindi a breve diventeremo zombies anche noi.

Un’altra possibilità è che essendo la vecchia cascina dove si facevano anticamente le feste del paese, i falò, sede del forno comune, al tramonto, scatta il varco spazio-tamporale e l’aia si riempie di donne in grembiule e bambini festanti.

Ma io temo, però che la realtà sia diversa: abitanti noiosissimi e silenziosi… che si tengono i bambini a casa…

Mi dite che non è così vero? Mi dite che, lasciandomi alle spalle la lotta per la serenità di una vita accanto a Er Brunen (ormai raggiunta), non dovrò ricominciare da capo lottare contro chi non vorrà che i miei figli corrano felici in un’aia gigantesca da una parte all’altra urlando di gioia?

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Città di Transizione

Venerdì sera, trascinata dal Pata, sono andata ad una conferenza sulle Transition Town o Città di Transizione (a me piace però dire Città in Transizione) tenuta da tal Ellen Bermann, una gnometta altoatesina rubiconda e sorridente, con una ERRE prettamente tetescha ti Cermania, che ha iniziato a raccontare cose truci riguardo il futuro del Pianeta Terra con la serena consapevolezza di chi è nel vero.

Ora cerco di raccontarlo a voi, seppur io creda di non riuscire in poche righe a spiegare tutto ciò che c’è dietro (e dentro) questa prassi stellare e a mio avviso meravigliosa.

Le Città di Transizione sono un progetto, sempre diverso a seconda della comunità a cui si applica, di città e comunità che vivono riducendo al minimo la dipendenza dal petrolio e che riescono a difendersi dal riscaldamento globale.

Qui potrete leggerne approfonditamente.

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Tragedy (Doveva essere un falò invece era un divano)

Ecco come è andata ieri sera.

h. 18.30 DRIIIIIN

“Codi? Allora, usciamo alle otto e un quarto quindi arrivo a cena presto così poi andiamo, sono già d’accordo con i miei, lasciamo i bambini e andiamo al falò!”

Ore 19.20: Cena pronta, bambini stanno mangiando, il Pata citofona, si distraggono, scendono da tavola, vanno incontro al papà “Bambini finite di mangiare!” niente da fare. A fatica, li risiedo.

Ore 19.30: Campanello della porta. Robertino (mio suocero) con aria severa entra in casa. Robertino non è capace di parlare normalmente. Lui quando dice qualcosa, deve sgridare. E’ il suo modo, gli vogliamo bene così.

“Annalisa allora, qui nella planimetria dell’appartamento ho studiato un po’ di soluzioni. Visto che domani hai l’appuntamento con l’architetto, penso che sia opportuno che invece di andare al falò, veniate di là da noi a parlarne. Lo dico per voi, sono i vostri interessi. E’ ora di crescere bla bla bla già siete fuori tutto il giorno questi poveri figli li lasciate anche la sera bla bla bla”.

Chiaramente i bambini scendono nuovamente dal tavolo per giocare con il nonno “Bambini, a tavola!”. Il nonno esce, i bambini si risiedono. “Pata, dopo cena andiamo a parlare”.

“Sì, dai, comunque non c’è bisogno che saltiamo il falò, al massimo invece di vedere l’accensione, vediamo il falò già appiccato ma almeno lo vediamo, magari per le 9 – 9 e mezza riusciamo ad essere fuori.. dai dai dai”

h.20. 15 Tutta la famiglia si trasferisce a casa Robertina, verso la tragedia imminente.

h. 20.30 Siamo ancora di là a parlare di soluzioni impossibili per un appartamento nel quale vorremmo farci stare tutto e in cui ci starà ben meno di quello che ci sta in quello che occupiamo adesso (dato che è più piccolo). Ma qusto è nulla: la tragedia è alle porte.

h 20.40 Ova: “Mamma andiamo a casa! Hossonno! Vojo iNNanna!”

“Sì, Ova amore di mamma, un secondo che la mamma finisce di parlare con il nonno”

h 20.42 THE TRAGEDY: Ova: “Maaaaammma maaaamma hossonno!” Inizia ad agitare la testa avanti indietro e, con gioia degli astanti, la sua fronte va a piantarsi sullo spigolo acuminato del tavolo su cui stavamo guardando la pianta della casa nuova.

Il rumore che si è udito è stato: pglitch

Un buco in fronte.

Un lago di sangue.

h. 20. 43 Via al cantiere emergenze. In una frazione di secondo prendo in braccio una Ovasoda ululante con tanto di bocca spalancata con Pycho che, curioso, la guarda placido e divertito mi dice: “Mamma, che bello, si vede l’epiglottide di Ova!”

Corro in bagno, le lavo via il sangue dalla ferita, dalle sopracciglia, dagli occhi, dalla bocca, dalla faccia. E’ un taglietto piccolo ma bello profondo. Lascio Psycho dai nonni e porto Ova in casa: è in preda a una crisi isterica, la sua voce da cornacchia strozzata è l’unico rumore forte che si ode nella nebbia fitta di Settimo Milanese, nel raggio di 10 km: “Noooo noooo aaaaaaahhhhhhhhh noooo il sangue noooo il sangue aaaaaahhhhhhhhh noooo il cerotto nooooo nooooo il cerotto naaaahhhhhh nnaaaaaahhhhhhh”.

Io non riesco a trattenere risate sporche di schizzi di sangue. Povera Ova. Comica anche nella tragedia.

h.21.15 Ova è pulita, disinfettata, cerottata, cambiata (il sangue era anche sulla canottiera e le mutande). Ha ancora il magone e ogni tanto sospira, con fare tremulo. Vuole la mamma, solo la mamma nient’altro che la mamma. La vuole  ma la schifa (come fa suo padre), quindi non si stacca da me ma si lamenta di tutto ciò che faccio e si ribella ad ogni ordine. Per riuscire a farle fare la pipì ho risvegliato la mia sciatica che dormiva da anni, sedendomi con lei sul bidè per tenerla ferma. Per lavarle i denti ho rischiato di infilzarla con lo spazzolino nel plesso solare. Un’anguilla elettrica sbidoneggiante.

Il Pata, mentre mi affanno, passeggia avanti e indietro nel corridoio innervosito, guardando l’orologio.

h. 21.30 I nonni, senza colpoferire, bussano, aprono la porta e depongono Psycho sull’uscio, telando le tende immantinente, chiudendosi alle spalle la porta, senza neanche salutare. La scena che mi si para davanti è spaventosa: Psycho è molle, mollissimo, sulla porta, ha gli occhi a mezz’asta e sta praticamente dormendo in piedi.

h. 21.40 Dirigo i lavori su Psycho, un cantiere: denti, pipì, pigiama. Anche Psycho, chiaramente vuole solo la mamma, dato che la sua mamma ha in braccio una cozza con un buco in testa, con sopra un cerotto da cui continua ad uscire sangue, che gli sta rubando la scena. Comincio ad essere un po’ stressata.

Nel mentre, il Pata comincia a fare una cosa che mi fa imbufalire, mi fa imbestialire, mi fa perdere le staffe senza speranza: inizia a pormi domande difficilissime mentre cerco di venire a capo del gomitolo di bambini.

Domanda difficile UNO:“E adesso, secondo te, cosa vuol dire sta cosa che ci hanno mollato Psycho e se ne sono andati?” Pausa. Non rispondo.

Domanda difficile DUE: “Vuol dire che danno per scontato che non si va al falò?” Pausa. Non arrivando risposta, insiste:Lo hanno riportati qui, hai capito? Senza dire nulla!”. Voglia di impegnarmi nella risposta assecondandolo o di iniziare una conversazione ZERO.

Domanda difficile TRE: “E quindi’ Cosa facciamo Codi? Eh? Che faccio? Vuol dire che anche stasera, per il 5° anno consecutivo io mi perdo il falò al bosco?”

Il mio sguardo arde di odio puro. Non rispondo.

Inizio il mantra, respirando a fondo:

“E’ un uomo, non puoi pretendere. E’ un uomo, non può capire. E’ un uomo, non ci arriva. E’ un uomo, non vede al di là del suo naso. E’ un uomo, è egoista… … … E’ un uomo, non puoi pretendere. E’ un uomo, non può capire. E’ un uomo, non ci arriva. E’ un uomo, non vede al di là del suo naso. E’ un uomo, è egoista… … … E’ un uomo, non puoi pretendere. E’ un uomo, non può capire. E’ un uomo, non ci arriva. E’ un uomo, non vede al di là del suo naso. E’ un uomo, è egoista… … … E’ un uomo, non puoi pretendere. E’ un uomo, non può capire. E’ un uomo, non ci arriva. E’ un uomo, non vede al di là del suo naso. E’ un uomo, è egoista”.

h. 22.00 Psycho sotto le coperte: “Mamma tienimi la manina”. Ova sotto le coperte: “Anche a me, tienimi il piedino di pocco”. Esce il piede grasso e puzzone dal piumotto. Si rilassano e si addormentano in battuta. Li osservo, sono proprio due pulcini. Uno dei due è un pulcino con un buco in testa.

h. 22.05 Sono ancora in stanza con i bambini. Non ho davvero voglia di confrontarmi con un Pata deluso. Fuori, nessun rumore.

h. 22.10 Esco dalla stanzetta, intravedo il Pata sul divano, in posizione tragedia: testa sulla mano, occhi chiusi. Alza lo sguardo, tristissimo. Mi fa un po’ pena, non c’è che dire. “Sta lì sul divano, Pata, elabora il tuo lutto. Io farò tutto il resto, come al solito!”.

Doveva essere un falò invece era un divano.

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Io pulo o puli tu?

Soffro di aspettativa sociale.

Tutti che mi dicono: “Oh che bel blog”, “Oh quanto sei brava!”, “Ma perché non scrivi un libro?”. E io che più mi si dice così, più mi sento il blocco dello scrittore.

Di libri sulle disavventure delle mamme odierne divise tra lavoro, figli e casa ne sono usciti almeno due, egregi. Uno è quello di Paola (Maraone): “Ero una brava mamma (prima di avere figli)”. E già che siamo in vena di pubblicità alle amiche della famigghia, vi consiglio anche il suo secondo libro “Tutto quello che so dalla vita l’ho imparato da Sex and The City”, un libro umoristico e divertente (a tratti davvero comico) che snocciola scomodissime verità sui turbolenti, viziati punti di vista femminili sul mondo, quando si superano pericolosamente i 35 anni. Parla anche di me, in un capitolo e alla fine fa emozionare anche un po’. Senza dire il nome. Misericordiosa Paola.

Detto questo, ho iniziato in questi giorni almeno 3 post, tutti mirati al ritrovamento di una risoluzione umoristica delle giornate che mi hanno visto attrice non protagonista della mia stessa vita. Ci credo, ho in piedi mille progetti e una disperata ricerca di lavoro ma nulla pare smuoversi! E i racconti che escono da giornate così, sono talmente tragicomici che mi viene da farmi pat pat sulla testa da sola. Non voglio farvi pena, non ce n’è, ma fino a oggi, nulla da ridere!

Quindi, blocco scrittura blog.

Poi, improvvisamente, in questa aridità creativa massacrante per me, Ova, che in questi giorni sta a casa  in attesa di essere inserita alla materna, dice una cosa meravigliosa, con fare da maestrina: “Mamma, vadda quante bricioline petterra, dammi la ccopa che pulo io. O le puli tu?”.

Una cosa così cambia la giornata, non credete?

Fine del blocco dello scrittore! Inizio dell’era della ccopa che pula.

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Petizione e compromesso: delitto e castigo

Oggi, il compromesso.

Quale sia il significato dell’acquisto di una casa, per una famiglia, se ne può parlare per anni. Nel nostro caso non c’è stato il classico iter: fidanzamento, acquisto casa, arredo della stessa, matrimonio, figli.

No.

Nel nostro caso c’è stato che ci siamo conosciuti al Bosco in Città mentre lui curava il verde, da obiettore di coscienza e io facevo l’animatrice ecologica con i bambini. E lui ha pensato: “Che bel culo!” mentre io pensavo: “Con questo pel di carota i figli mi verranno bene” e in una notte di temporale, durante una delle mille feste notturne, ci siamo baciati. Due ragazzetti superficiali, a dirla tutta. Un giorno, riceveremo il giusto castigo.

Avere il cervello scollegato in più parti che spesso non comunicano fra di loro rende la vita davvero complicata. E io sono così.

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