Ieri, ore 6.00

Ore 6.00 Sveglia. È primavera, vietato svegliarsi prima. Ho una specie di campanellino nel cranio. Probabilmente appena nata mi hanno messo un microchip che a primavera fa drin alle 6.00. Per quanto tenti di dormire, squilla e scalpita sonoramente. Quindi sono costretta ad alzarmi. Ieri, innaffiamento dell’orto. Bel momento, silenzio, saluto al sole, quiete, uccellini. Una fricchettona fatta e finita.

Ore 7.30 Sveglia dei bambini. Faticano (l’altro ieri erano andati a letto tardi, ma jaa fanno, un piedino, l’altro, eccoli che scendono dai soppalchi e si apprestano a divorare marmellate, gallette, biscotti, frutta e tutto ciò che le loro voraci bocche riescono ad ingurgitare di prima mattina).

Ore 7.45 Cerco di svegliare il terzo figl… ehm… quello che, per il sol fatto di aver firmato un documento, ora è riconosciuto a livello sociale come mio marito. (fallimento 1).

Ore 7.55 Cerco di nuovo di svegliare il soggetto di cui sopra mettendo il CD dei ROBOTTI (o come i nani chiamano il cd con le vecchie sigle di cartoni giapponesi) a tutto volume con giubilo dei figli (fallimento 2).

Ore 8.10 “Ma che cazzo non mi è suonata la sveglia…” seeh.

Ore 8.20 Esco per andare a lavorare. Sono attualmente impegnata alle attività didattiche del Boscoincittà. Oggi, uscita con 3 classi della materna quindi anche nani molto piccoli. Attività che prevedono giochi divertenti e sporchevoli (rotolate sui prati, utilizzo improprio del colorante contenuto nelle foglie di sambuco ecc ecc)

Ore 13.15 Rientro a casa, verde di sambuco peggio di Hulk. So che ho 45 minuti per: mangiare, lavarmi, avere un paio di confronti telefonici indispensabili di cui uno organizzativo con quella sciacquetta di mia madre che deve andare a prendere i bambini in quanto il pomeriggio sono in studio (“Non so se ho le tue chiavi di casa, devo prendere i bambini come faccio?” – “Mamma, controlla se le hai e poi fammi sapere” – “Ah, giusto, ok. E se non le ho?” – “Mamma, prima controlla e poi vediamo” – “Ma forse le ho, l’altra volta chi le ha prese le mie copie? Io o te? ” – “Mamma, controlla e poi vediamo” – “Me le hai portate tu o le ho recuperate io?” – “Mamma, controlla e poi al massimo mi chiami e risolviamo” – “Rispondimi al telefono eh?” – “Sì mamma” – “Se poi non rispondi nel pomeriggio non posso chiamarti vero? Sei in studio o… o stai facendo altro? Ti po che stai uscendo?” – Momento di silenzio “Mamma, il mercoledì sono impegnata in studio da sempre… vabbé, ci sentiamo, sappi che se mi chiami dalle 15.30 in poi non ti posso rispondere perché sono in seduta con i pazienti” CLICK).

Ore 14.00 Esco di casa per andare in studio. No, non ho mangiato. Né  mi sono lavata. Le mani sì però. Gocce verdi di sambuco ovunque in bagno.

Ore 14.30 Incontro di équipe su un caso.

Ore 15.30 Primo paziente. Nel frattempo il telefono squilla, è mia madre. Al termine, in quei due minuti in cui dovrei riordinare le idee sul cristiano appena incontrato, provo a richiamare mia madre. E’ occupato.

Ore 16.30 Secondo paziente. Nel frattempo il telefono ricomincia a squillare. E’ sempre lei, la madre telefonica imbizzarrita. Trovo vari messaggi del tizio lì (quello del contratto matrimoniale firmato) che mi dice che mio padre ha lasciato il quadro acceso dell’auto che non ha più batteria. Grazie all’auto prestata da un amico comune (che si chiama come mio padre, Ettore, mio coetaneo, marito di una cara amica e ora a sua volta caro amico, santo e sempre santo sia) riuscirà a prendere Ova ma in ritardo. Avevano tutti bisogno del numero della scuola per avvisare del ritardo. Io il numero della scuola l’ho trovato su internet. Il resto del mondo, probabilmente, non ci riesce.

Ore 17.30 Terzo paziente. Al termine chiamo mia madre che mi racconta che mentre Ettore portava la macchina all’altro Ettore, lei ha messo un piede in fallo e s’è presa una bella distorsione. Meno male che Ettore è infermiere. Già che c’era, quindi, mentre soccorreva la svampitaggine di mio padre con la sua auto, ha soccorso mia madre con le sue conoscenze professionali. Tutto torna no? Due broccoli con un sol seme (non so da dove mi sia uscita, l’ho inventata adesso, questa).

Ore 18.30 Esco dallo studio e mi fiondo a casa. Io so che se mi discosto molto dall’orario cena, a Psycho succede quella cosa terribile lì, quella in cui gli cadono gli zuccheri e inizia ad essere molle senza speranza di rianimarlo.

Ore 19.00 Giungo a casa. Saluto frettolosamente mio padre e come un fulmine, metto su l’acqua per la pasta, inizio a raccogliere l’insalata dall’orto e il basilico da frullare per il pesto. Dopo un po’, però, sento smadonnare mio padre da dentro. Non trova le chiavi della macchina di Ettore. Mi taglio fuori dal problema non dicendo nulla. Lo sento uscire poco dopo. E rientrare dopo qualche minuto. Mi raggiunge nell’orto e mi guarda con aria un po’ persa accompagnando lo sguardo con una terribile, evocativa frase: “Tutte oggi…”. Punto. Come potrete immaginare, all’udire di questa frase, nella mia mente si concretizzano diversi fotogrammi. Il primo: “Furto con scasso a scopo rapina e la conseguente fuga rocambolesca dall’inseguimento dei carabinieri e la caduta dell’auto di Ettore nel canale scolmatore Milano Ovest” è la fantasia più pittoresca. Non meno grave però de “La caduta delle chiavi dentro il tombino dai buchi larghi” o di “Un aereo è caduto sull’auto e adesso bruciano entrambi allegramente”. Ebbene, nulla di tutto ciò. “Ho dimenticato le chiavi attaccate al quadro con le luci accese… e adesso la batteria è a terra”. Twice a day. Due in un giorno. Mio padre rende la realtà più pittoresca dei sogni. Scrivo un messaggio su What’s App all’altro Ettore che, carattere di sole, risponde con un faccino che ride e un “Due batterie in un giorno mi sa che è record”.

Ore 19.15 Mi sembra di essere in un incubo. Spengo l’acqua della pasta e mi fiondo da vari vicini a cercare cavi per unire in matrimonio la mia auto e ricaricare l’auto di Ettore. I cavi li trovo, dentro il baule della stessa auto del previdente e meraviglioso infermiere. Così io ed Ettorino ci si mette a smanettare con cavi e batteria. Sul sambuco, il grasso. Sembravo una tifosa del Chieti.

Immagine

Ore 20.05 il ritorno alla realtà. Mio padre parte e io, finalmente, posso concedermi il lusso di… cucinare. Corro a casa, riaccendo l’acqua della pasta e abbozzo la preparazione del pesto rincuorata dentro di me dall’annuncio del coinquilino adulto maschio che divide casa con la famiglia che dice che dovrebbe essere di ritorno alle 21.00, ora in cui (è possibile) potrà essere utile in questo delirio. Povera illusa.

Ore 20.20 (tardissimo per la cena dei nani). Psycho mostra già segni evidenti di malessere. E’ riverso sul divano e parla con la O a posto della A. Le frasi che pronuncia sono, più o meno: “Mooommoooo sto mmmoole…” Indago sulla sua eventuale merenda ma non ricorda. Dice solo la parola: “Succo”. Lo porto (in braccio) a lavarsi le mani mentre l’altra, Ova, preoccupata, mi coccola e dice: “Mammina bella, sei sola, ora ti faccio un sacco di massaggini!”

Ore 20.45 Cena. Psycho accenna a masticare due pennette al pesto. Lecca due sardine prepatate con amore da Letizietta. Però è strano. Non è solo ammazzato dall’ipoglicemia. Anche gli occhi sono lucidi. La faccia ha preso la forma del fantasma con la mascella caduta.

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Ore 21 e qualcosa. Li preparo per la nanna. Psycho ha il volto sempre più pesto. Rocky IV. Sembra un pesce lesso tumefatto. Gli fanno male le orecchie e tossisce. Misuro la febbre: 38.5°

Ore 21.35 Metto su una tisana calda e do al piccolo i suoi rimedi per il raffreddore mentre sparecchio.

Ore 21.40 I nani sono rilassati sul divano. E’ tardissimo ma mi metto a scrivere e comincio a capire che ho bisogno di fermarmi 5 minuti (anche scrivendo) per sopravvivere alla giornata. Poco dopo, quello che le carte dicono essere il consorte, torna e mi chiede di come sia andata la questione batteria auto.

Secondo voi qual è stata la risposta? Totorisposta! Forse un giorno ve la dico.

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3 thoughts on “Ieri, ore 6.00

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