Mondo cane, vita gatta

Domenica sono stata a giocare a Calaviolina, un posto sulla costa a Grosseto e già che c’ero mi sono concessa 36 ore di “stacco”, “vacanza”, “evasione”, chiamatela come volete. Quindi partenza sabato, puntatina a Roma, domenica Grosseto, ritorno a Roma e partenza per Milano il lunedì.

E’ per questo che, cenere in capo, ho scritto poco. Un po’ la preparazione, un po’ il viaggio (no computer dietro, no smartphones, no blackberry).

Il punto focale di tutto sto popò di weekend sono due riflessioni:

1) Ho perfettamente capito che non sono, non posso e non riesco ad essere mamma al 100%. Non riesco a rinunciare ai miei momenti di stacco, me li prendo (ho anche un marito che sì protesta ma poi non più di tanto) e non mi sento assolutamente in colpa di sparire saltuariamente per una manciata di ore (a volte decine, maledetta me) lasciando i bambini nel loro brodo per un po’. Faccio male?

2) Prendere il treno è una delle cose più soddisfacenti che ci sono: soddisfa quella mia smania di nullafacenza che spesso, nel mio caso, si trasforma in disperata attitudine multitasking da stress.

3) Amo i gatti. Dopo una puntata nella capitale dove ho incontrato Elena, la mia testimonialz di nozze che ormai vive lì da anni, ho dormito a casa di Sara, un’amica e futura collega romana da definirsi “tipa originale” dividendo il letto con tal Tayler. No, non un figo inglese. Tyler è il suo micio striato, coccoloso, caldo, peloso e giocherellone.

Detto questo, mi sono ricordata che anni fa scrissi un raccontino su un gatto, anzi una gatta. Una storia surreale ma assolutamente VERA (ve ne accorgerete dai nomi dei protagonisti). Quindi, ve la propongo con l’avvertenza accorata che chi non vuole farsi prendere dalla malinconia, deve guardarsi bene dal leggere il racconto.

Del resto siamo a novembre e la nebbia ci è entrata nelle ossa. Lasciatemi cavalcare l’onda dell’autunno, per le risate c’è sempre tempo.

Altra avvertenza, è scritto un po’ con i piedi. Ci sono tempi di verbi in contraddizione tra loro, errori di diversa natura ecc ecc. Dovrei risistemarlo ma non ho tempo. Lo pubblico lo stesso perché stasera ci sta e se aspetto di correggerlo e affinarlo stilisticamente, non lo pubblico più.

Aggiungo che lo dedico a Sara, Jacopo e Luca, gli amici con cui ho condiviso questi due giorni davvero dolci. E anche a Elena (la testimonialz) e Irene, che sono citate nel racconto.

In viaggio verso il Paradiso

Ho lasciato casa mia prima del tempo.

Non era stata la mia unica casa e quando ci ho messo piede la prima volta, ho avuto subito la sensazione che sarebbe stata l’ultima, la definitiva.

Sarà che mi ero sistemata proprio bene: andavo d’accordo con i miei coinquilini coi quali si era instaurato un clima davvero affettuoso, entravo e uscivo quando volevo: La Codi e il Patato erano molto tolleranti nei confronti dei miei orari strampalati e anche se a volte li svegliavo in piena notte quando uscivo o tornavo, non si scomponevano più di tanto.

Per me questo era davvero fondamentale.

E’ bastato poco: un attraversamento pedonale in una posizione infelice e una macchina più veloce del dovuto, di quelle che stridono curvando al cui volante sta un autista più distratto della soglia di attenzione necessaria a guidare di notte, e i giochi si son fatti: presa in pieno.

Due passi. “E’ finita”, ho pensato.

“Ciao strada, ciao casa, ciao Codi, ciao Patato, meno male che non mi vedete in questa condizio…”

Sono riuscita ad arrancare fino al marciapiede mentre l’autista se la svignava.

In neanche un minuto il grande Mew ha spento anche la luce dei lampioni operando la sua chiamata: “Sali!” e un suono simile alle maracas, solito, abituale richiamo per me (come diceva la Codi quando scherzava col sacchetto di croccantini e faceva finta di ballare il samba e io la guardavo seria come se fosse matta).

Ghiandole salivali impazzite, come sottrarsi?

“Arrivo!”.

Mi alzai, ignorando il sangue che faceva pozza dove c’era la mia bocca riversa e mi misi in cammino, prima incerta in questa mia nuova condizione di spirito e subito dopo maggiormente spedita.

Anzi, anche forse un po’ più leggera che in vita.

Tra il muro della casa vicino al marciapiede e il grosso albero accanto, ho naturalmente scelto l’albero per una maggiore facilità: arrampicarmi sugli alberi per me non è mai stato un problema, anche se per scendere ci mettevo un po’ di più… ma questa volta non si sarebbe reso necessario scendere.

Una folata di vento ed eccomi già in cima, tra le fronde; un balzo dei miei è bastato a passare dall’albero al tetto.

Sapevo che il grande Mew mi guardava in quel momento, dal cielo.

“Per il momento ho fatto la mia bella figura” ho pensato.

Guardare strade e case dai tetti ha sempre esercitato un forte fascino su di me, è il punto di vista che ho sempre preferito:  sotto di me un tappeto di luci e intorno ai miei occhi ormai adattati al buio, la signora oscurità, a fare da padrona.

“Adesso guarda su”. Il grande Mew mi tese una corda, grossa e ruvida. “Aggrappati” disse. E così feci. Che bella sensazione, le ungie che si infilzano e non scivolano, che soddisfazione!

Man mano che mi allontanavo dal tetto e conseguentemente dal suolo mi rendevo conto che il mio mondo, alla fine dei conti, era davvero piccolo. Ora che dominavo tutte le strade del paese, tracciavo mentalmente i miei percorsi abituali e realizzavo che, a parte qualche rara eccezione, la mia vita si era sempre svolta in pochi metri quadri di città. Così quella della Codi che faceva avanti e indietro dal lavoro e a volte andava in paese a trovare i suoi amici.

I tratti di strada della vita di noi tutti, lassù, assumevano la forma di una piccola biscia ripetitiva dalla quale più per volontà che per costrizione, era difficile digredire.

“Davvero uno spreco”, ho pensato, “dato che il mondo è così grande… chissà perché gli umani sono così statici”

Arrivata a circa metà strada, quando ancora distinguevo perfettamente le forme umane formicolare sul terreno di un’alba che in corpo non avrei mai visto, scorsi il Patata, come lo chiamava il Patato. Il Patata era il mio vicino di casa.

Il Patata ritira la spazzatura del vicinato, lo fa di mestiere, per questo anche quel giorno, che era un sabato, era sveglio così presto.

Si mosse con fare incuriosito verso il luogo dell’incidente e quando si accorse che il corpo esangue sul marciapiede era il mio, portò le mani alla bocca e corse verso casa. Uscì con un asciugamano candido nel quale avvolse il cadaverino e si mosse verso casa della Codi e del Patato suonando ripetutamente il campanello.

“Figuararsi se quei due riescono a realizzare che un campanello o che qualsiasi altro suono si sta producendo in casa alle cinque del mattino”, dissi tra me e me attingendo dalla mia esperienza, “potrebbero essere tagliati a pezzi, il loro stato, la mattina presto è più simile al minerale che all’animale. Farebbero invidia ai sassi. Poi ieri la Codi ha tirato tardi, a maggior ragione…”.

Mi ricordai infatti che la sera prima era stata una sera davvero speciale. Due amiche sue, Elena e Irene, erano venute a trovarla a casa ed avevano cenato insieme. Non si vedevano da tanto e dopo cena hanno chiacchierato a fiume per ore, ridendo ogni due parole e facendo progetti  per l’estate. Parlavano del bambino che la Codi avrà da qui a poco e le due amiche erano davvero felici di questo. Anche io pensavo che era una cosa bellissima ma non mi pronunciavo e mi limitavo a restare silenziosa e composta, acciambellata sul divano, senza intromettermi, godendo delle loro voci e dei loro scoppi di risa, non aggiungendo altro alla conversazione.

Quando, a notte fonda sono andate entrambe via, la Codi mi sembrava proprio allegra, infatti mi ha abbracciato forte prima che uscissi anche io.

Chi l’avrebbe mai detto che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui l’avrei abbracciata?

Il Grande Mew doveva avere tiratori nerboruti: aggrappata al cordone che mi portava dal mondo dei corpi verso quello delle anime, salivo velocemente.

Da quel punto in poi realizzai definitivamente che in quel tipo di viaggio non era possibile tornare indietro.

Neanche con un balzo dei miei, come quando fuggii dalla casa dei genitori di Liz.

Un’estate, ricordo,  ci trasferimmo a casa dei suoi genitori e lei decise di portarmi dietro. Si era operata da poco alla gamba quindi non poteva occuparsi di sé tanto meno di me.

Una volta guarita, dovette lasciare la città per qualche giorno per un motivo che non avevo ben capito quindi decise che io avrei prolungato un poco il mio soggiorno a casa dei suoi.

Stare in quella casa estranea senza di lei fu l’impresa più difficile della mia vita. Loro erano cortesi ma mi mancavano terribilmente i miei angoli casalinghi, il silenzio diurno al quale ero abituata ma soprattutto non c’erano i miei soliti amici. No, non potevo più restare.

Con un balzo di tre piani fuggii da quella casa estranea e tornai alla mia. Dopo tre giorni Liz mi trovò accoccolata davanti allo zerbino che l’aspettavo.

Del resto si sa, noi gatti siamo abitudinari per luoghi, persone e affetti.

Poco prima di arrivare nella grande cuccia celeste, scorsi una piccolissima Codi e un piccolissimo Patato che parlavano di me col Patata. La Codina piangeva sommessamente e il Patato non diceva nulla ma sono certa che si pentiva amaramente di non avermi mai permesso di dormire con loro sul lettone e di non avermi mai fatto bere l’acqua del bidet che a me piaceva tanto. Fortunatamente quando lui non c’era la Codi mi faceva fare tutte queste cose con sguardo furbetto e aria da fuorilegge.

In fondo perché avrei dovuto bere l’acqua dalla ciotola quando un erogatore così comodo stava in bagno? E perché accontentarmi del freddo divanetto quando nell’altra stanza si stagliava meraviglioso un letto ricoperto di piuma ma soprattutto corredato da morbidi corpi umani ai quali appoggiarsi per fare le mie abluzioni che sembrava essere stato creato apposta per le mie esigenze?

I miei pensieri furono interrotti da un forte scossone.

Capolinea.

Il Grande Mew, maestoso ed arruffato mi stava davanti con fare inquisitorio ma tutto sommato bonario.

“Eccoti arrivata!” Tuonò

“Ti controllo da un po’, sapevo che il tuo tempo stava per scadere e noto con piacere che sei stata una gatta di buone intenzioni: non hai mai graffiato nessuno, neanche il piccolo Francesco quando ti tirava la coda”.

Arricciai il naso e pensai “Sì, ma avrei tanto voluto”… sperando che il Grande Mew non potesse leggere nel pensiero.

“Ti sei fortemente impegnata nel tuo ruolo di cacciatrice, acchiappando topi in quantità e non cadendo mai nell’accidia da croccantino, pericolosissima, peccato mortale del quale molti gatti casalinghi rimangono vittima”.

Il mio pensiero volò anche alla quantità di passerotti, di rane e di lucertole e addirittura di piccioni più grossi di me che portavo in casa e sperai che il Grande Mew…

“Anche se a volte hai esagerato con passerotti, rane e lucertole e addirittura piccioni!”.

“Ecco, lo sapevo” pensai, “Legge nel pensiero”.

“Ad ogni modo, come prima ti dicevo, in vita sei stata buona quindi ti meriti… ” una piccola pausa per dare enfasi alla concessione… “Il Paradiso!”

E alla fine, eccomi qui: una bella casa ampia fatta di piume e nuvole, un bel giardino alberato, brulicante di topini che non muoiono mai e quindi mi fanno divertire come una matta a lanciarli in aria, tre ciotole a mia disposizione, una di carne una di pesce e una di croccantini, sempre piene, un bidet erogante acqua fresca a mia disposizione, un’infinità di mobili sui quali affilarmi le unghie (addirittura una custodia di chitarra!) e tre umani in carne e ossa sempre disposti a grattarmi sotto il mento tenendomi in braccio in ogni momento della giornata.

Ma soprattutto, e questo è il vero Paradiso, un mondo senza confini e dai percorsi tracciati unicamente dalla natura, da esplorare ogni notte ed ogni giorno, su itinerari sempre nuovi, adatti a feline zampe, leggere e rispettose del silenzio del vento.

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I gatti sono compagni di vita.

Compagni di viaggio.

Quando decidono di abbandonarci è perché la loro settima vita è terminata e noi non possiamo che rassegnarci alla loro dipartita.

Silenziosi, abbandonano il mondo con la speranza che nessuno li cerchi più lasciando un piccolo ma doloroso vuoto di pochi chili, di miagolii, di ombra e di calore.

Lasciano la mancanza del loro passaggio felpato; lasciano vuoti gli itinerari soliti, gli abituali antri del riposo placido.

Si portano via un pezzetto di cuore lasciando come scia il desiderio di un successivo compagno di viaggio, degno di loro.

Grazie Vibra.


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5 thoughts on “Mondo cane, vita gatta

  1. sempre grandissima leez viaggiatrice in senso lato e che si basta a tratti. Scrolliamoci di dosso i cadaveli e anche i sensi di colpa! Continua a viaggiare in ogni senso ed e’ bello far dei tratti con te. Amiga. una tua frase mo’ la metto in vista e con tanto di tuo autografo…ma ci ho sonno e sul racconto ‘un ti dico nulla!

  2. Nonostante tutto…….. Grazie per la dedica!

    Un racconto che qualunque aggettivo usi per definirlo viene banale, quindi dirò banalmente: meraviglioso!

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