Da Bobo all’Acciaiolo

La Slow Food, in particolare, da Bobo, l’Osteria Slow Food che si trova al Castello dell’Acciaiolo di Scandicci, venerdì ha sfamato GRATIS me e il Pata quando, dopo due ore di coda dovute alla nostra partenza intelligente che ci ha visto fare Milano-Radicofani (via michelin: 4 ore) in 7 ore e qualche, abbiamo deciso di fare sosta.

C’è da dire che nella scelta dei posti, io e il Patato siamo davvero nati con la camicia. Il Patato, in particolare, ha un fiuto sublime nel trovare i posti dove si mangia bene e si spende poco, così, a naso, anche senza conoscere la zona.
Lui sostiene di aver un dono naturale che si è poi affinato grazie al suo rifiuto categorico di usare il navigatore in auto che, a suo dire, rimbambisce chi lo usa e non ti fa guardare intorno, non ti fa chiedere alla gente del luogo, rende gli uomini al volante automi e le donne al loro fianco totalmente inutili (e dagli torto).

Fatto sta che venerdì, dopo aver deciso di partire non oltre mezzogiorno per evitare le ore di punta intorno a Bologna e Firenze, siamo invece partiti da Settimo alle 15.30 riuscendo così a godere amabilmente sia dell’ora di punta bolognese che di quella fiorentina.
Arrivati all’uscita di Scandicci (ore 19) e dopo aver attraversato una zona industriale più grande di quella della periferia di Singapore, giungiamo in un ameno luogo che pare essere il centro della città, e alla nostra destra, un castello all’interno del quale, sempre dall’auto, Pata-occhio-di-lince nota in lontananza un’insegna della Slow Food.

Mi guarda soddisfatto:
“Che fiuto! Vedi dove ti porto?”
Parcheggiamo; io sono come al solito distruttiva e scettica, certa del fatto che a Scandicci alle 19 non ci daranno mai da mangiare.
Invece, nella corte del castello, c’è movimento.
E’ una movida fortemente fiorentina, un target ultra settantenne salvo qualche rara eccezione, intento a strafocarsi di strane tartine nel cortile.

Entriamo con un sorriso stampato in faccia come a dire: “Ok, siete tutti amici, non centriamo una mazza, dobbiamo solo chiedere se ci fanno cenare” e quando finalmente mettiamo piede nel ristorante, ci rendiamo conto che in quel momento, proprio in quel preciso istante, si stava svolgendo il rinfresco della presentazione di una mostra fotografica sul Giappone di un tal Rossano Ambretti che inaugurava una serie di incontri enogastronomici organizzati proprio da Slow Food Scandicci.

Pata si volta e con la sua faccia solita di bronzo e un sorriso stampato in faccia mi dice: “Era bella la mostra vero Codina? Dai andiamo a fare il rinfresco anche noi”.
E’ stato un attimo: il Pata, tamarro scroccone, barbaro norditaliota di origine celtica, che quando voglio descrivere la differenza tra me e lui, cito la frase di un film che ho amato: “quando noi si parlava di filosofia, loro si dondolavano ancora dagli alberi” (da “Il mio grasso grosso matrimonio greco”) ecco, questo stesso Pata aveva già 3 tartine alla salsa di melanzana biodinamica nel piatto e due bruschette con pomodoro biologico e olio novo della Val d’Orcia in bocca e un bicchiere di chianti in mano.

Io, un po’ più timidamente, ho cercato di mimetizzarmi andando almeno a prendere il programma, leggere due righe sulla mostra, guardarla (era nell’altra sala del Bistrot) e poi pensare alle tartine.
Che comunque erano davvero molto buone.
Anche il vino.
Anche il sushi.
Anche le bruschette… insomma, alla fine, greci non greci ho mangiato anche io.

Tra una bruschetta e l’altra il Pata mi raggiungeva al centro del cortile dove mi ero piazzata per godere dell’ambientazione medievale e osservare quanto bene fosse tenuto quel castello e snocciolava perle di saggezza, tipo:
“Certo, la Toscana è la regione che in assoluto ha più cura, in Italia, del suo ricco patrimonio storico, architettonico, artistico e culturale… “ BURP (rutto tonante) “… eheheh, scusa Codi, è Adda che piano piano si sta impossessando di me!” (per capire chi è Adda, leggete il post precedente o andate a spulciare “i personaggi di questa storia“).
Oppure, rientrando nel ristorante, prende un tovagliolo di carta e guardandomi, dichiara: “Che bello, dopo aver mangiato e bevuto, ho anche trovato da soffiarmi il naso!” PPRPPRRRRRFFFFFF, si girano in 10 a guardarlo male ma lui, incurante “Ci sarà un cestino qui?”.

Insomma alla fine si è cenato e anche mangiato il dolce (buonissimo, evviva Bobo).
E dato che alla fine, il buffet della mostra era così ricco, abbiamo telato le tende prima delle 8, quando ci avrebbero fatto cenare.
Mi sento quindi in dovere di pubblicizzare qui l’osteria bar di Bobo All’Acciaiolo, primo circolo culturale della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus: www.acciaioloslow.it
Non vi darà da mangiare gratis ma, si sa, con la camicia ci siamo nati solo noi e voi, oltretutto, avete anche il navigatore.

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6 thoughts on “Da Bobo all’Acciaiolo

  1. Ho abitato per 10 anni e più a 10 min da quel castello! E non l’ho mai visto, grazie a due milanesi come voi adesso aspetterò una nuova presentazione di qualche mostra e seguirò i vostri passi!

    Grazie grazie milanesi doc!

  2. Mi oppongo: la battuta originale è di Alberto Sordi, non ricordo il film, in ogni caso i grossi grassi matrimoni greci l’hanno copiata! (L’originale suonava tipo “Quando voi vi dipingevate le facce di blu…” dovrebbe essere presa da Un americano a Roma)

    PS
    Sì, ti leggo anche qui.

      • Credo di averlo scovato vedendo un tuo link su FB, ma non ricordo.

        Mi spiace, penso che commenterò poco perché ti ho messo sul feed reader, l’unico modo per leggerti da lavoro, ma da lì non posso commentare. Però anche io aborro i navigatori (ma non i naviganti, piratessa!) :)

  3. comunque concordo con il non-utilizzo del navigatore di Cristiano….Io per esempio stamattina per fare Settimo Milanese – Baranzate ho voluto seguire ilmio istinto e vari punti diriferimento sentiti da qualche parte risultato: andata 1h15 minuti…però ti assicuro è stato decisamente interessante e in più Marco ha dormito tutto il tempo…quindi….

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