Il finestrino del treno

Quando mi trovo a viaggiare in treno (e mi riesce di non perderlo) ho ben chiaro dove mi pace sedermi: nel posto che mi permette di avere il viso rivolto al senso di marcia della vettura.

Non perché soffra il viaggio, anzi.

E’ perché tra i posti contrari al senso di marcia e quelli verso lo stesso, il senso del paesaggio che si vede dal finestrino, cambia radicalmente.

La porzione di mondo, a livello di quantità, è la medesima, ovunque ci si sieda.

E’ la qualità che cambia perché se ci si siede dove piace a me, si vede ciò a cui si va incontro.

Nel posto di fronte invece, si può osservare ciò che ci si lascia dietro. E questo a me, da poco, non interessa.

Quanto mi piacerebbe, invece, nella vita, avere un finestrino tutto mio, lì, nella mia testa, da cui spiare ciò che sta per accadere!

Non dico una sfera di cristallo che predica il futuro, quello con la effe maiuscola. Ci si rovinerebbe la sorpresa!

Parlo di sprazzi di anticipazione visiva, uditiva (ma sì, anche tattile) di brevi attimi, anche non sufficienti ad evitare gli scontri che la vita troppo spesso ci riserva a sorpresa.

Un secondo di anticipo per prepararsi alla botta di troppo dolore o troppa felicità, dei momenti importanti ed improvvisi, un qualcosa che si identifichi con il presente, con un filo di chiaroveggenza in più.

Ché se guardi indietro viene il torcicollo ma se si guarda il presente, un finestrino sull’attimo dopo aiuta!

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